Arnaldo Bagnasco
Una domanda imbarazzante.
Il titolo dato a questa conferenza è una domanda che molti si fanno quando pensano alla società di oggi; ma va subito detto che è una domanda che anche i sociologi si pongono; alcuni di loro arrivano anzi alla conclusione che il concetto stesso di classe è diventato inutilizzabile nella fluida società delle reti. Vedremo che le cose sono in realtà più complicate; e certo oggi la questione della stratificazione sociale si pone in modi per molti aspetti diversi rispetto al passato. Ciò detto, sono d’accordo con quanti, credo la maggioranza dei sociologi, ritengono appunto che sia necessario ripensare le categorie con le quali pensare la stratificazione sociale, ma che sia ancora importante considerare il significato che una comune posizione di mercato (questa è la classica definizione di classe di Max Weber) ha per le possibilità di corsi e condizioni di vita delle persone, per la definizione di interessi collettivi, per le forme associative e le azioni collettive in politica, per l’elaborazione di elementi culturali e così via. Resta il fatto che quella posta è per i sociologi una domanda imbarazzante, che però non possono eludere.
Vorrei cominciare proprio ricordando alcuni dati che possono renderci l’idea di quanto le cose sono cambiate rispetto a un passato anche recente, e altri che mostrano come non sia il caso, come si suole dire, di buttar via il bambino insieme all’acqua della vasca, il bambino essendo in questo caso il riferimento alla classe sociale nel descrivere e interpretare fatti sociali.
L’idea di classe è certamente maturata in riferimento al capitalismo industriale, ed è stata soprattutto elaborata in riferimento alla classe operaia. Le grandi fabbriche, dove molti operai generici lavoravano fianco a fianco, è stato l’ambiente tipico generatore di una plausibile idea di classe sociale, e l’idea più generale di stratificazione nel capitalismo industriale è cresciuta intorno a quanto da quel punto di vista si poteva vedere o immaginare per il futuro. Sappiamo che la storia è poi andata in altre direzioni, e che al capitalismo industriale sono succedute forme di organizzazione economica ancora non ben definite, e poco capite nelle loro dinamiche, per indicare le quali usiamo parole come globalizzazione, capitalismo finanziario, terziarizzazione, economia delle reti, e così via.
Un dato che riguarda gli Stati Uniti può servire per darci un’idea delle strane figure con le quali si deve misurare oggi un analista della stratificazione. L’economia americana ha al suo centro grandi corporations, peraltro diverse dal passato e spesso multinazionali, che esportano lavoro esecutivo in altri paesi. Non di questa parte dell’economia voglio però ora parlare, ma del fatto – poco noto – che in quella economia avanzata esistono oltre venti milioni di aziende senza dipendenti, e che queste stanno crescendo al ritmo del 7% all’anno.
Non si tratta più del tradizionale decentramento di produzione dalle grandi alle piccole imprese, ma di qualcosa di nuovo legato a opportunità consentite dalle reti informatiche, tanto per trovare partner specializzati da associare allo sviluppo di un’idea, quanto compratori che non devono più passare da una organizzazione di vendita. Per intenderci: un imprenditivo lavoratore autonomo può creare una ditta senza dipendenti, specializzata poniamo in lanci pubblicitari, oppure nella fornitura di oggetti personalizzati (orologi per esempio), localizzata in una città o in provincia, e cercare collaboratori per il progetto (un tecnico, un grafico, un disegnatore) e poi fornitori in giro per il Paese o all’estero, diversi a seconda di casi, e sempre trovati sul web. Come si può facilmente intuire, queste forme di organizzazione economica, e le loro figure volatili e sfuggenti, pongono qualche problema allo studio della stratificazione, ed è guardando a fenomeni come questi che qualcuno pensa che il concetto di classe sia diventato un ferrovecchio.
E tuttavia, continuiamo a registrare dati che – come dicevo – ci mettono in guardia dal mandare troppo presto in soffitta tradizionali, e certo usurate, categorie. Le vecchie categorie occupazionali (come operai, impiegati, dirigenti, e così via) hanno perso la loro capacità predittiva di molti fenomeni, come dicono gli statistici: sono per esempio un predittore meno sicuro e forte del comportato elettorale. Fa però una certa impressione constatare che in tutti i paesi la durata della vita continua a esser correlata significativamente con quelle categorie: la vita media di un operaio è più corta di quella di un impiegato. Stato di salute, insorgenza di malattie e speranza di vita dipendono da molte dimensioni, ma molte di queste, fra loro collegate, sono riconducibili alla posizione professionale o alla condizione di mercato: a parità di età, il rischio di morire è più alto tra i meno istruiti, nelle classi sociali subordinate, tra i disoccupati.
La stratificazione sociale è uno dei temi originari della sociologia, uno di quei temi che hanno dato forma alla disciplina, dichiarando di che cosa i sociologi avrebbero dovuto con continuità occuparsi per costruire una scienza della società. Comincerò allora con una rapida ricostruzione della continuità del tema. Successivamente, mostrerò le idee con le quali si tracciano mappe della stratificazione di oggi. Infine affronterò un argomento più dettagliato, ma credo strategico per indicazioni più generali delle tendenze di stratificazione, e per fare il punto sui modi di studiarle: si tratta della questione del ceto medio, di cui si è ultimamente molto discusso anche nell’opinione pubblica.
Il tema analitico della stratificazione sociale.
L’idea di stratificazione è usata in generale per indicare la condizione comune in cui si trovano categorie di persone in relazione alla tipica distribuzione disuguale di risorse e ricompense in una società; serve dunque a dar conto di disuguaglianze sistematiche, relative per esempio al genere, alla razza, all’etnia, all’età. Va però notato che il tema entra in sociologia non per generiche descrizioni della variabilità sociale, ma per individuare elementi ritenuti di grande rilevanza per la comprensione del funzionamento della società, dei conflitti e del cambiamento sociale.
Karl Marx e Max Weber sono i sociologi che, agli inizi, con più determinazione hanno posto la questione della stratificazione, in modi che successivamente influenzeranno durevolmente il suo studio. Guardando alla società moderna, la loro attenzione è principalmente volta alla stratificazione che prende forma nell’economia, alla quale propriamente è riferito l’uso del termine classe. Marx investe questo termine in una interpretazione generale della storia; Weber introduce un apparato più differenziato. Entrambi sono tuttavia convinti che le società contemporanee sono società essenzialmente divise in classi, e che il riferimento alle classi può spiegare molto di quanto le riguarda.
L’immagine che evoca il termine stratificazione è piuttosto statica, ma al contrario si tratta di un processo continuo, con molte dimensioni che si intrecciano: le classi possono essere più o meno strutturate, ovvero le persone possono più o meno orientare le loro azioni riferendosi alla comune posizione di classe; esistono processi di mobilità sociale, vale a dire passaggi da una classe all’altra; cambia l’organizzazione economica, e con questa la configurazione delle classi, non solo la loro consistenza; cambia anche la regolazione politica dell’economia, con conseguenze sulla stratificazione, ma anche come effetto dei conflitti attivati su base di classe.
Come sappiamo, Marx coltivava l’idea di una struttura di classe sostanzialmente dicotomica, con figure dominanti e subalterne diverse a seconda delle epoche; per quanto riguarda il capitalismo, la struttura di classe era per lui costituita essenzialmente da borghesia proprietaria dei mezzi di produzione e proletariato che vende la sua forza lavoro, con l’ipotesi di un endemico conflitto e di una progressiva semplificazione e radicalizzazione nei termini delle due classi principali, sino alla trasformazione della società nel suo insieme con il prevalere del proletariato sulla borghesia. Misurandosi con le trasformazioni sociali intervenute, i sociologi hanno lasciato cadere una idea così semplificata della struttura sociale, riconoscendo al contrario che le condizioni professionali andavano piuttosto differenziandosi, sempre più nel tempo. Inoltre, è anche caduta la pretesa di enunciare una legge dell’evoluzione sociale; leggi del genere sono oggi riconosciute impossibili e qualsiasi visione teleologica nelle analisi della stratificazione sociale, che sconti una “fine della storia” necessaria, è rifiutata.
Di fronte alle difficoltà, l’atteggiamento prevalente fra i ricercatori di oggi è che non esiste un unico modo migliore di definire e studiare la stratificazione; diversi punti di vista e interessi di ricerca animano gli studi sulla stratificazione; più che grandi teorie, sono utilizzate «mappe euristiche» per avviare ricerche mirate sui meccanismi che generano e riproducono «disuguaglianze strutturate». Vedremo qualche esempio fra poco, ma è evidente la leggerezza dei termini appena ricordati, che fa capire la grande cautela con la quale si avvicina un tema ritenuto importante, ma oggi complicato, sul quale ci si è anche bruciati le dita in passato per troppa sicurezza.
Proprio le complicazioni fanno poi ritrovare orientamenti di Weber, che già reagiva alle semplificazioni di Marx. La classe, per Weber, è definita da una comune posizione di mercato, ed è necessario considerare che esistono più mercati: del consumo, del denaro, e del lavoro in particolare, dove si presentano persone con differenti risorse e abilità da far valere. In relazione ai diversi mercati si possono distinguere dunque diverse posizioni di classe, che accomunano individui con interessi simili, privilegiati e sottoprivilegiati. Weber non poteva immaginare fino a che punto l’evoluzione dell’economia avrebbe richiesto apparati analitici differenziati: la sua capacità prospettica si fermava a una economia di grandi organizzazioni burocratiche, ma sviluppando la sua impostazione, possiamo oggi riconoscere la differenziazione cresciuta dei mercati, e dunque delle condizioni per la strutturazione di classi sociali.
In sostanza, nelle economie di mercato continua a essere riconosciuto importante riferirsi alla definizione di comuni interessi - che deriva da una simile posizione di mercato, che può dare luogo a una azione collettiva e a forme organizzative degli interessi su questa base, come già Marx e Weber avevano intuito – ma ciò che deve essere messo in conto è che si tratta di posizioni più differenziate di quanto non si potesse prima immaginare, che dunque le aggregazioni che su questa base si possono formare investono direttamente meno persone, e che a seconda dei problemi, del momento, delle situazioni è più facile di prima che si formino aggregazioni complicate che legano in modo trasversale classi diverse, magari in opposizione ad altre aggregazioni egualmente trasversali, secondo logiche, per esempio, di settore o regionali.
Ma l’interesse attuale all’apparato analitico di Weber deriva anche dal fatto che riconosce un secondo principio di stratificazione sociale, relativamente autonomo da quello di classe, vale a dire la stratificazione di ceto. Questa viene da lui riferita a quella che chiama la distribuzione dell’onore, ovvero del prestigio socialmente riconosciuto, che implica un particolare stile di vita ed è eventualmente garantita da disposizioni politiche. L’ancien régime era in passato una società basata sui ceti, ma la persistenza delle tendenze di aggregazione di ceto diventa visibile nelle società di oggi se sostituiamo vecchi termini come distribuzione dell’onore con prestigio sociale (tipico di alcune professioni, per esempio) e ancor più se parliamo di stili di vita o di modelli di consumo.
Qualche anno fa un ricercatore poteva distinguere “otto Italie”, vale a dire otto diverse simili aggregazioni che i modelli di consumo rivelavano; interessante è che modelli di consumo e stili di vita possono ribadire posizioni di classe, irrigidendole, oppure giocare a mescolare classi diverse, appunto, con comuni culture del consumo. Nel vocabolario sociologico di derivazione anglosassone, ceto è reso con status: come classe e status si intersechino è considerata oggi una delle più complicate e insieme intriganti questioni analitiche della stratificazione. Da notare che status apre la porta non solo a considerazioni su libere e nuove forme di stratificazione riferite a culture del consumo, ma richiama anche elementi culturali più ascrittivi, legati alle ricompense e ai riconoscimenti che derivano dall’età, dal genere, e particolarmente importanti, dall’etnia.
C’è però un ulteriore, importante fattore o asse di stratificazione che né Marx, né Weber potevano immaginare; come nota oggi Esping Andersen, un sociologo danese, l’educazione di massa, il welfare state, le istituzioni di contrattazione collettiva erano più o meno sconosciute ai primi sociologi come Marx, Weber, o anche Durkheim. In altri termini: bisogna associare un terzo fattore di stratificazione, relativamente autonomo dai precedenti, costituito dalla cittadinanza sociale. La connessione è stata suggerita dal sociologo inglese T.H.Marshall, con la sua famosa tipologia della cittadinanza, che ha distinto i diritti di cittadinanza civile (relativi alla libertà individuale, come la libertà di pensiero, di religione, di stipulare contratti, e così via), la cittadinanza politica (relativa ai diritti della partecipazione politica, come quelli di eleggere e essere eletti) e – storicamente ultima venuta – la cittadinanza sociale, che si riferisce al diritto, sono sue parole “di vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società“.
Introducendo la cittadinanza sociale come diritto a un tenore minimo di reddito reale e di condizioni di vita socialmente accettate, veniva introdotto anche nell’analisi della stratificazione il ruolo della distribuzione in via politica – e dunque dei sistemi di welfare-state allora in crescita – ma più in generale il ruolo degli effetti di stratificazione generati dalle istituzioni. Anche questo è un fattore relativamente autonomo dai due precedenti, per quanto a quelli intrecciato. La teoria tradizionale stabilisce il punto di formazione delle classi nel mercato, mentre le istituzioni non sono tenute in conto; eppure queste hanno effetti decisivi sull’ingresso sul mercato, sulla sua regolazione, e sui rapporti fra lavoro e famiglia.
Possiamo concludere la breve rassegna del tema della stratificazione dicendo che abbiamo trovato tre riferimenti concettuali o strumenti di analisi: Classe, riferito a tendenze di aggregazione che si formano in relazione all’economia o alla posizione di mercato: un punto di vista che continua a essere utile, ma ridefinito dai processi di continua differenziazione dell’organizzazione economica; ceto o status, che introduce la rilevanza e l’incrocio con elementi relativi a costumi, stili di vita e modelli di consumo, che si intrecciano con la classe economica come basi per l’orientamento delle persone e la formazione di gruppi; infine, cittadinanza sociale, che mette in conto gli effetti di stratificazione dell’azione politica, specie attraverso i sistemi di redistribuzione e welfare-state. I tre concetti possono essere considerati, nel loro insieme, il telaio sul quale lavorare alla tessitura dell’interpretazione delle tendenze di stratificazione.
Immagini della stratificazione sociale.
La conformazione della stratificazione sociale di una società può essere rappresentata da mappe che ne sintetizzano i principali caratteri. In generale tali rappresentazioni partono da quelli che vengono chiamati “gruppi occupazionali“, e cercano di ricostruire “le disuguaglianze sociali strutturate” – questa è una dizione usata – che si determinano in relazione all’attività di lavoro. Nonostante le critiche e il fatto che si riconosca impossibile oggi trovare la giusta classificazione delle attività professionali, una volta per tutte, la professione continua a essere usata come punto di partenza, semplicemente perché è troppo utile, come dice una sociologa inglese, R. Crompton. Esistono modi diversi di ricomporre questi dati di partenza e sono così ricomposte “mappe euristiche” delle classi.
Ancora una espressione che esprime cautela. La Crompton ha provato a sintetizzare i punti che sembrano comuni alle mappe euristiche della ricerca contemporanea: “«tutte queste mappe euristiche identificano una “classe superiore” o dominante, relativamente poco numerosa, che comprende i maggiori imprenditori e possidenti. Tutte identificano una classe “media” o, piuttosto, delle classi medie che comprendono un certo numero di gruppi differenziati in termini di possesso di qualificazioni, collocazione all’interno delle organizzazioni, e così via. Tutte le mappe, inoltre, identificano una classe “operaia” che supera il tradizionale confine manuale/non manuale; in altri termini, gli schemi contemporanei includono nella classe operaia le occupazioni impiegatizie di livello inferiore. Infine, tutte le mappe delle classi elaborate negli ultimi anni evidenziano la presenza di una “sottoclasse”, di figure marginali, non integrate in attività sufficientemente remunerative e stabili.
Non è difficile rilevare i problemi non semplici relativi alla mappa: sui confini da fissare, sul fatto se le categorie siano sufficientemente omogenee al loro interno, se siano troppo poche per descrivere una struttura che va diversificandosi, e così via. Esistono poi differenze a seconda dei Paesi. In linea di massima, tuttavia, la mappa è generalizzabile, e anche se preliminare e generica, permette interessanti osservazioni sull’evoluzione della struttura di classe nel tempo, considerando la diversa consistenza delle sue componenti, e come punto di partenza anche per aperture alla considerazione di come le altre dimensioni della stratificazione, status e cittadinanza, entrano in gioco.
Guardando dunque l’evoluzione nel tempo, possiamo sintetizzare le tendenze principali con tre figure. La struttura di classe dell’Ottocento e del primo Novecento era immaginabile come una piramide, con un vertice di borghesia ristretto, e una base di categorie subalterne, in particolare operai, molto allargata. Nel secondo dopoguerra, gradualmente, la stratificazione assume una conformazione più gonfia nel mezzo, che la fa assomigliare a una cipolla: nel tempo gli operai infatti diminuiscono, mentre aumentano gli impiegati, i dirigenti, gli addetti al terziario, e a molte attività con contenuti di professionalità. A parte questi mutamenti di tipo quantitativo, già visibili nei termini della mappa prima ricordata, e relativi ai cambiamenti dell’organizzazione economica, la tendenza di crescita di figure collocabili nel mezzo della stratificazione diventa ancora più evidente con considerazioni relative alle altre due dimensioni, relative cioè ai mutamenti degli stili di vita e dei consumi, e agli effetti della redistribuzione per via politica: trenta anni di sicuro sviluppo nel dopoguerra hanno assicurato crescita generalizzata del reddito, aumento dei consumi, accesso a servizi. C’è una differenza importante tra i modelli europei, dove la regolazione politica dell’economia e lo sviluppo di un welfare-state è più marcata, e il modello americano, che si è affidato tradizionalmente a una maggiore regolazione di mercato. Ovunque però è evidente la moyennisation, come dicono i francesi.
Le cose cambiano dopo circa tre decenni di crescita continua, con la fine del capitalismo industriale. Il settore trainante non è più ora l’industria, lo sono i servizi e la produzione di beni immateriali, legati alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; i mercati dei beni e dei servizi sono sempre più internazionalizzati, gli investimenti finanziari superano con facilità i confini nazionali, e si diffondono le imprese-rete che agiscono in paesi diversi. I processi economici sono più fluidi e volatili di prima e ritrova spazio la regolazione di mercato, con le conseguenze su tipi e modalità delle carriere personali. I processi di differenziazione e individualizzazione connessi alla nuova organizzazione fluida dell’economia agiscono contro la strutturazione delle classi, in particolare come grandi insiemi di persone con chiari interessi economici differenziati da far valere in azioni collettive; il quadro è frammentato e a seconda dei comparti produttivi, o delle zone o dei problemi, possono formarsi aggregazioni di interessi che attraversano, come ho già detto prima, le classi tradizionali. I modi in cui ciò avviene non sono facili da ricondurre a un quadro interpretativo generale e questi sono appunto gli effetti di stratificazione dei processi di differenziazione dell’organizzazione economica.
Quanto all’immagine della cipolla, ci sono molti indizi e relative interpretazioni che, pur conservandola, parlano di un suo allungamento, di un dimagrimento della pancia, per così dire. E’ però venuto il momento di lasciare le generiche mappe e figure orientative, e di entrare più in dettaglio. Credo che da quanto è stato detto si capisca perché sceglierò di parlare del ceto medio: molto di quanto di nuovo succede nella stratificazione sembra infatti visibile proprio nel mezzo della scala, e – più in generale – a partire da quanto qui succede; inoltre, proprio lo studio del ceto medio ha richiesto riferimenti decisivi all’intreccio dei tre assi di stratificazione individuati all’inizio, liberando dall’economicismo di approcci tradizionali alla stratificazione; si tratta dunque di un buon osservatorio anche per questioni di metodo.
La questione del ceto medio.
Comincerò con due riscontri. Il primo è che nelle indagini di opinione, praticamente ovunque, la netta maggioranza della popolazione si considera appartenere al ceto medio: si tratta di percentuali intorno al 60%, come in Italia, ma a metà degli anni Sessanta, in Giappone, una ricerca arrivò addirittura al 90%. E’ un dato sorprendente, sul quale tornerò. Teniamo anche presente che oggi gli operai in Italia sono scesi sotto il 30% degli occupati, che imprenditori e liberi professionisti sono circa il 5%, e dunque che circa i 2/3 degli occupati possono essere considerati di classe media.
Il secondo riscontro riporta alla vostra memoria, credo, un periodo di inchieste e commenti su giornali e televisioni a partire dalla fine del 2003, e proseguito dopo, che denunciavano e documentavano il malessere o la crisi del ceto medio. La questione del ceto medio attirò subito una attenzione insistita anche da parte della politica. Gli osservatori più attenti fecero notare che una simile vicenda si poteva riscontrare anche in altri paesi: la Francia, per esempio, in parte la Germania, il Giappone, in particolare gli Stati Uniti, qui con toni a volte anche più preoccupati.
Una fonte interessante per l’analisi del fenomeno sono state le rubriche giornalistiche riservate alle lettere dei lettori; in questo filo diretto con i quotidiani, persone di categorie che di solito pensiamo di ceto medio dichiaravano di avere sperimentato o di temere seriamente un declassamento sociale. Per indicare la realtà o le paure di declassamento, chi interveniva mescolava argomenti diversi, come le difficoltà di reddito, i riflessi sui consumi, la perdita di status, le prospettive di carriera diventate problematiche, l’insicurezza di fronte a eventi squilibranti come malattie o fallimenti di convivenze, l’invecchiamento. Le valutazioni delle persone riguardavano sia questioni direttamente attinenti alle condizioni professionali, sia i modi di vita, i consumi, la considerazione sociale, percepiti come tipici della posizione sociale di appartenenza. Con i termini introdotti prima, si tratta di incroci fra riferimenti propriamente alla condizione di classe e a quella di ceto: i due principi di stratificazione sono percepiti come entrambi all’opera. E si capisce anche perché, da sempre, pensando ai gruppi a metà della scala si usa a volte il termine classe a volte ceto, al singolare o al plurale. In effetti, come diceva Wright Mills, autore di una famosa ricerca in America degli anni Cinquanta, la classe media è una “insalata di occupazioni“. E sappiamo che oggi l’insalata è diventata molto più composita. Anche ceto può essere utile al plurale, per distinguere, per esempio nella loro particolarità anche culturale, categorie che tendono alla chiusura monopolistica di una professione. E tuttavia c’è una osservazione importante da fare: nel momento della presunta o reale crisi del ceto medio, l’immagine che si è formata è stata al singolare, vale a dire aggregando con riferimento a una posizione sociale – evidentemente non strettamente di classe – in qualche modo percepibile come unificata.
Torniamo allora a considerare il fatto che si tratta di una questione presente in molti dei principali paesi avanzati: deve dunque in qualche modo avere a che fare con cambiamenti generali dell’organizzazione sociale ed economica contemporanee, essere per così dire l’effetto di stratificazione di cambiamenti strutturali delle società di oggi, che pure sono anche diverse fra loro per assetti economici e per rendimenti delle loro economie.
Per districare la matassa dell’interpretazione, nella quale si mescolano molti fili diversi, credo sia utile tornare a un dato citato prima: il 90% dei Giapponesi che si dichiarava a metà degli anni Sessanta di ceto medio. E’ un caso limite che ci permette di sviluppare una ipotesi generalizzabile. Cosa poteva voler dire che 90 giapponesi su 100 si sentivano di ceto medio? L’unica risposta possibile è che essere di ceto medio veniva considerato sinonimo di essere giapponese, ovvero che ci si percepiva come giapponesi a pieno titolo. Si sente di ceto medio chi, tutto sommato, confrontandosi anche con gli altri, ritiene di aver trovato un posto per lui accettabile e riconosciuto nella società in cui vive, senza seri problemi per un soddisfacente tenore di vita, e per la sicurezza nel futuro. Possiamo allora riferirci al terzo elemento del nostro telaio per l’analisi della stratificazione: la cittadinanza sociale. Si sente di ceto medio chi ritiene di aver raggiunto una piena cittadinanza sociale. Indipendentemente dall’essere autonomi o dipendenti, nel settore pubblico o in quello privato, in posizioni diverse nelle posizioni della nuova differenziazione produttiva – differenze che pure sono importanti, perché individuano modi diversi e anche conflittuali di stare nel ceto medio, livelli e combinazioni diverse delle risorse con cui esserci – essere ceto medio significava nelle percezioni registrate dalle ricerche, posizioni medie e cresciute nella scala dei redditi e dei consumi, aumentato grado di istruzione, relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, protezione dai rischi della vita, non importa se ottenute via mercato o redistribuzione. E tutte queste sono state intese come condizioni del vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società, secondo la formula usata da Marshall per definire la cittadinanza sociale.
Beninteso, qui usiamo cittadinanza sociale in un senso modificato, qualificato con l’aggettivo “piena”, per indicare un livello di vita superiore a quello minimo che un sistema di welfare state doveva garantire a tutti, e al quale ci si riferiva appunto con l’idea di cittadinanza sociale. Qui è l’idea di un tenore di vita giudicato in genere soddisfacente, al quale non si vuole rinunciare se acquisito, e al quale può legittimamente aspirare chi è in posizioni più sfavorevoli, e dove effetti di posizione economica e compensazione politica si sommano. Come si è passati da questa integrazione sociale del ceto medio a una questione del ceto medio? E’ la storia dei “contratti sociali” del dopoguerra, dei loro risultati e delle loro attuali difficoltà.
“Contratto sociale” è evidentemente una metafora, che prova a sintetizzare processi politici diversi e complessi, che miravano a creare insieme una crescita economica sostenuta e una distribuzione diffusa dei vantaggi da questa derivati. E’ possibile individuare due grandi famiglie di contratti. La via americana del contratto sociale ha subito variazioni nel tempo, con periodi di maggiore regolazione politica, ma in sostanza si configura come una regolazione più liberista e con l’obbiettivo di crescita generalizzata dei consumi privati come prospettiva di integrazione sociale, in una società con forti tradizioni culturali individualiste. Con riferimento alle classi, l’obiettivo esplicito dichiarato e perseguito era la creazione di una società di middle-class, termine che in quel paese suona proprio come il nostro ceto medio, nella quale venivano comprese fasce importanti della classe operaia.
In realtà, nel dopoguerra si aggiornano prospettive di più lunga durata, perché la condizione di middle-class, da sempre, in quel paese è sinonimo di american way of life. Oggi l’economista Paul Krugman si chiede però “siamo ancora una società di ceto medio“? La sua idea è che il modello di una società di ceto medio come progetto culturale e politico si è appannato. «L’america in cui sono cresciuto, dice Krugman, quella degli anni cinquanta e sessanta, era una società costituita dal ceto medio, nei fatti e nei sentimenti. Le vistose … disparità nella distribuzione del reddito erano scomparse. Ma questo era tanto tempo fa. L’America della classe media era un altro paese». Attualmente, una quota crescente di reddito va al 20 per cento delle famiglie, quelle nella fascia di reddito superiore, e nell’ambito di quel 20 per cento, al 5 per cento in cima alla piramide, con una quota sempre meno consistente per le famiglie della fascia media.
Lo stesso interrogativo – siamo ancora un paese di middle-class?- se lo pone anche un altro attento analista, M.Lind. Egli afferma, in modo esplicito, che la costruzione di una società di ceto medio è sempre stata un progetto politico americano, perseguito con coerenza, e sostenuto culturalmente; fa poi una osservazione interessante sul problema della formazione delle classi medie, e sui rapporti fra stratificazione e politica. Ciò che di importante si trovava nel progetto, visto a posteriori, è che nel corso del tempo le classi medie fulcro della stratificazione cambiavano, ed erano diversamente sostenute, ma, appunto, le combinazioni trovate fra economia e società facevano sì che condizioni sociali medie continuassero a essere prevalenti, pur mutando le occupazioni o il sostegno che lo rendevano possibile. La ricostruzione che Lind fa di questa storia mostra che la middle-class originaria era quella dei contadini proprietari, mentre successivamente suo fulcro sono diventati i dipendenti ben pagati della grande industria di massa, una seconda classe media, che però scontava forti scompensi fra nord industrializzato e sud del paese. Nella stagione del Welfare state americano, nel periodo fra F.D.Roosvelt e L.B.Johnson, prende forma una terza, più inclusiva middle-class, per effetto delle politiche redistributive e compensative. Immaginare in modo troppo economicistico questi successivi passaggi è fuori luogo: non si tratta di inevitabili e automatiche conseguenze dello sviluppo dell’economia capitalistica. Lo possono a posteriori sembrare, dice Lind, ma la verità è che si è trattato sempre di progetti politici espliciti (di contratti sociali, con la metafora di prima), con in quali una middle-class è stata di continuo reinventata. E il punto di una progressiva, maggiore inclusione nella middle-class, comprendente anche gli operai, era stata proprio l’essenza del progetto politico.
Economisti e sociologi mostrano con ricerche di dettaglio il malessere di oggi della middle-class. Una ricerca, per esempio, ha rivelato la “trappola dei due redditi“: negli ultimi trenta anni i redditi della famiglia-tipo di middle-class, nella quale entrambi i coniugi lavorano, sono cresciuti meno di quanto sono cresciuti i costi dei consumi ai quali non si vuole rinunciare, perché ormai definiti come parte costitutiva di uno stile di vita. Un altro studio ha mostrato l’aumento significativo (quattro volte fra il 1979 e il 1997) dei fallimenti famigliari, una procedura esistente in quel paese, che sono legati alla minore prevedibilità di mercati e carriere, e spesso riguardano famiglie di middle-class troppo esposte con crediti al consumo o mutui per la casa.
Nei contesti europei, la linea di frattura capitale-lavoro è stata storicamente più importante nell’organizzazione di partiti e movimenti politici. Nel solco di questa tradizione, la via del contratto sociale in Europa è stata meno liberista e ha previsto un ruolo maggiore e più diretto dell’azione politica di regolazione sociale. Interessi definiti su base di classe si scontrano e si mediano nell’arena sindacale e politica: forme di concertazione degli interessi per la regolazione dell’economia, e interventi dello stato nell’organizzazione della sanità, dei sistemi pensionistici, dell’istruzione, dell’assistenza in genere danno vita a estese forme di welfare state.
Una nuova economia più instabile, volatile, deregolata, con mercati aperti alla concorrenza globale esercita però anche in Europa le stesse pressioni sulla stratificazione sociale. E si aggiungono anche le difficoltà finanziarie dei sistemi di welfare, che producono un loro ridimensionamento. Per motivi simili, anche se in modi diversi, dunque, i contratti sociali del dopoguerra sono oggi ovunque sotto stress. Nei diversi paesi, e lungo le due vie indicate, le classi medie erano cresciute ovunque, con caratteri in parte diversi. Ovunque, in modi e gradi diversi, con combinazioni diverse di risorse, avevano avuto accesso a quella che abbiamo chiamato la piena cittadinanza. La questione del ceto medio è la crisi di quegli equilibri. Possiamo anche rilevare un messaggio che da quella storia arriva oggi alla classe politica. Da una idea diffusa, storicamente acquisita, di piena cittadinanza sociale difficilmente si torna indietro senza che si inneschino conflitti sociali. Potrebbe allora trattarsi di conflitti confusi e di difficile gestione: le classi sociali costituivano infatti un principio di ordine e una base possibile di organizzazione politica e sociale; le difficoltà riscontrate alla formazione delle classi oggi mostrano che questa possibilità si è, in generale, ridotta. In sostanza, la questione del ceto medio segnala la necessità di nuovi contratti sociali, non semplici da immaginare nelle nuove condizioni dell’economia; questi dovrebbero trovare nuovi equilibri anche contro interessi che si erano consolidati in posizioni non giustificate di rendita nei vecchi sistemi (il caso dell’Italia è al riguardo esemplare).
Concludo con due osservazioni. La prima è relativamente tranquillizzante, la seconda più inquietante. Si è parlato, nella discussione sui media di fragilità, paura di cadere, indebolimento, caduta, persino proletarizzazione, del ceto medio. I dati a disposizione ci dicono che le reali condizioni sono espresse meglio dai termini meno radicali dell’elenco. Non ha senso, in particolare, parlare di proletarizzazione del ceto medio. Guardando all’Italia, alcune componenti del ceto medio hanno certamente perduto posizioni, per diversi indicatori, altre hanno invece guadagnato, anche se piangono miseria. I veri perdenti, negli ultimi anni, sono stati nella media gli operai. Certo la paura di cadere è diffusa e probabilmente anche in Italia c’è stato un allungamento della fascia centrale, nella figura a cipolla che si conserva. Non è tuttavia il caso di generalizzare, drammatizzando ad arte la situazione. Certo, va riconosciuto che una maggiore polarizzazione è in atto, e che la gestione politica di questa configurazione di stratificazione è difficile.
La seconda osservazione ci riporta indietro nella storia. Non è che si debba pensare che il ceto medio faccia la storia, ma sono convinto che i modi in cui entra nei processi economici e di integrazione della società siano decisivi, o in senso positivo o in senso negativo per i suoi assetti. Guardando all’Italia del dopoguerra, basterebbe pensare ai “topi nel formaggio” di cui parlava Sylos Labini, o al contrario ai piccoli imprenditori delle regioni del nord-est che hanno assicurato in quelle regioni sviluppo economico e integrazione sociale, nel momento della crisi della grande industria. Voglio però andare indietro nel tempo, per rendere evidente un punto delicato del modo di essere del ceto medio nella struttura sociale. Si discute se e quanto il ceto medio abbia costituito la base dell’avvento dei regimi totalitari dell’ Europa degli anni Venti e Trenta. Fra i sostenitori di quei regimi troviamo presto gente di ceto medio, ma anche di classe operaia. Un bella ricerca storica, di diversi anni fa, ha ricostruito in dettaglio come si sia arrivati al nazismo, passo dopo passo, in una città di provincia tedesca.
Per quanto riguarda il ceto medio, William Allen, l’autore di Come si diventa nazisti (questo il titolo del libro in Italiano), documenta la progressiva crescita dell’incertezza, le relative difficoltà economiche, la paura per i programmi radicali della sinistra, ma sottolinea che “nell’atmosfera di panico della depressione, [le classi medie] accolsero la simbolica falsificazione nazista a causa della loro povertà ideologica“. In altre parole, è stato un ingrediente importante, forse decisivo della vicenda, la mancanza di una solida cultura politica democratica del ceto medio, che a giudizio di Allen si era consumata e non aggiornata nel corso di due generazioni. Non siamo alla vigilia di minacce totalitarie; ne voglio però trarre la conclusione che lo stato della cultura politica del ceto medio è un ingrediente decisivo, per il bene e per il male, per la costruzione degli assetti sociali, e dunque anche dei futuri necessari compromessi sociali; ne deriva dunque che la cura della cultura politica del ceto medio, oggi frastornato, spesso individualista e incapace di cogliere l’interesse personale nell’ambito di un più generale interesse pubblico, chiuso su se stesso e incapace di sostenere le vie di accesso allargato alla piena cittadinanza sociale, è un compito da porsi come prioritario.